Siddharta
Siddharta è un romanzo ambientato nell’India del VI secolo a.C. e partorito dalla penna del tedesco Herman Hesse nel 1922.
E’ definito un ” poema indiano “, in quanto focalizza l’attenzione sulla cultura orientale ed indiana in particolare.
Per comprendere il significato profondo di questo testo, che spesso risulta ostico o ” lento “, è necessario fare alcune premesse.
Il termine religione deriva da latino religio ed assume il significato di legame. Ci si riferisce ad un legame con il divino e all’impegno di tutto il proprio essere fino al raggiungimento della realizzazione suprema. Termini di tale natura comunicano libertà dall’illusione, libertà completa e assoluta, e comprensione totale della realtà suprema. Nel buddhismo, la chiamiamo illuminazione.
L’approccio buddhista consiste nel riflettere sul senso della sofferenza, intesa non come grande tragedia o disgrazia ma come scontentezza, perdita di entusiasmo, delusione che tutti gli esseri umani provano nel corso delle loro vite.
Quando Buddha insegnò che la sofferenza è una nobile verità ci invita a riflettere sul significato di essa. La nostra esperienza di vita ha inizio nel momento in cui veniamo al mondo: famiglia, scuola, amici, ambiente condizionano la nostra mente e la infarciscono di convinzioni e pregiudizi. Tuttavia, se scaviamo a fondo nella natura stessa della sofferenza iniziamo ad esaminare stati mentali quali la paura ed il desiderio e scopriamo che la nostra vera natura non è condizionata da nulla. Il mortale è condizionato da tutto ciò che è legato al tempo. La cessazione è la chiave della realizzazione. Se non possiamo riferirci a nulla che trascenda le esperienze di un corpo umano, tutta la vita si riduce a occupare il tempo tra la nascita e la morte. Ma allora, che scopo ha, che cosa significa? Perché ce ne preoccupiamo? Che bisogno abbiamo di uno scopo? Perché mai la vita dovrebbe avere un significato? La sofferenza è l’arma che abbiamo per risvegliarci. Quando soffriamo cominciamo a porci delle domande. Anche noi possiamo vivere un’intera vita nella convinzione che tutto vada per il meglio. Persino l’infelicità e le delusioni che fanno normalmente parte della nostra esperienza non sono necessariamente occasione di risveglio.
Il quarto messaggero che si presentò al Buddha era un samana. Un samana è un monaco, un cercatore spirituale, un uomo che si è dedicato unicamente alla ricerca della realtà suprema, la verità. Il samana, così come lo ritrae la leggenda, era un monaco dal capo rasato con indosso una tunica. Nel simbolismo buddhista i quattro messaggeri sono: la vecchiaia, la malattia, la morte e il samana. Significano il risveglio della mente umana a una meta religiosa, a quell’aspirazione del cuore umano alla comprensione della realtà suprema che è libertà da tutta l’illusione e la sofferenza.
Invece di cercare di convertire, la religione può farci risvegliare alla nostra vera natura, alla vera libertà, all’amore e alla compassione. È un modo di vivere in piena sensibilità, completamente ricettivi, così da godere del mistero e delle meraviglie dell’universo per il resto della vita, e aprirci ad esse.
Siddharta è un giovane indiano, il quale ricerca la sua strada in svariati modi. Lasciata la casa paterna, Siddharta inizia il suo viaggio insieme al suo fedele compagno Govinda, il quale lo ha sempre visto come un saggio. Entrambi decidono di andare a vivere con i ” Samana “, nella speranza di raggiungere il cosiddetto ” nirvana ” ossia il momento di ascesi più profonda e immediata. Passano alcuni anni, durante i quali Siddharta e Govinda vivono nella povertà più assoluta ma, insoddisfatti, decidono di lasciare i Samana e di recarsi a vedere il Buddha Gotama. Govinda decide di aggregarsi ma Siddharta non è convinto, per cui, per la prima volta le loro strade si dividono. Rimasto solo, il protagonista del romanzo giunge in una città nella quale incontra la giovane e bella Kamala, la quale, grazie all’abilità di Hesse, non viene mai definita con aggettivi negativi, ma sappiamo svolgere un lavoro moralmente ” poco elevato “. Dopo essersi trovato un lavoro e una casa per poter richedere i servizi della donna, Siddharta chiede a Kamala di insegnarle l’arte di amare. Il personaggio dell’autore che dapprima sembrava “immacolato” si dimostra soggetto alle debolezze umane, lui che considerava male quei comportamenti e che se ne considerava superiore.
Siddharta diventa un uomo come tanti, ma dopo aver trascorso molti anni in questo modo, comprende i suoi errori e cerca di porvi rimedio. Saluta Kamala per l’ultima volta, la quale prova dei sentimenti per lui ma è consapevole di non essere amata, e scappa verso il fiume. Atterrito, cerca di togliersi la vita come forma estrema di purificazione ma il caso lo aiuta: incontra il vecchio amico Govinda. Quest’ultimo inizialmente non lo riconosce, ma quando capisce che in quel corpo invecchiato si cela il suo caro amico d’infanzia tutto cambia. Il momento è toccante e i due amici si ritrovano come se il tempo non fosse mai passato.
Govinda riprende il suo cammino mentre Siddharta decide di lavorare come barcaiolo insieme ad un uomo del posto, Vesudeva, il quale cerca di mostrargli l’essenza del fiume, il suo spirito.
Frattanto Kamala partorisce il figlio generato dall’ultimo incontro con Siddharta e cerca di crescerlo con amore. Giunta la notizia della malattia del Gotama, Kamala e il piccolo Siddharta decidono di incamminarsi per rendere al Buddha il loro ultimo saluto. Ma, giunti presso la riva del fiume, dove anni prima il vecchio Siddharta aveva cercato di togliersi la vita, Kamala viene morsa da un serpente velenoso. Sentendo grida di aiuto Siddharta e Vesuveda si precipitano per prestare soccorso, ma ormai è troppo tardi. Siddharta riconosce in quel ragazzino suo figlio e decide di prendersene cura insegnandogli ad ascoltare la voce del fiume e contemporaneamente il mestiere di barcaiolo.
Ma, come in tutte le storie, anche in questo romanzo c’è l’antagonista. Il paradosso deriva dal fatto che questo altri non è che il piccolo Siddharta: egli è capriccioso, protesta, non vuole vivere sul fiume nè imparare alcun mestiere, è l’esatto contrario del padre. Dopo anni di sofferenza il giovane decide di scappare e Siddharta capisce che non può trattenerlo nonostante dentro di lui il dolore sia lacerante.
E qui si chiude il libro, nel rincontro di Siddharta e Govinda, ormai vecchi, vissuti, sapienti. L’amico ancora una volta non riconosce Siddharta, invecchiato, cambiato. Si raccontano le vite, ma soprattutto Govinda chiede all’amico quale sia, dopo tutti questi anni, la sua filosofia e Siddharta attua un monologo a dir poco affascinante.
Bisogna cercare di leggere tra le righe del libro il significato più profondo delle parole del protagonista.
Siddharta è un uomo molto intelligente, il quale, nel corso della sua vita, cerca la strada per raggiungere la purificazione dell’anima. Sacrifica se stesso, priva il suo corpo di nutrimento ma non riesce a perseguire il suo scopo. Nella speranza di centrare l’obiettivo cade in errore e sbaglia. Ma si redime e cerca di porvi rimedio. La lettura di Siddharta esorta a vedere il mondo circostante con uno sguardo più attento e meno rigido, meno implacabile. La verità è interna alle cose come è interna all’uomo e non vale nessuna regola esterna per trovare l’equilibrio nella vita, poiché l’anima di ciascuno di noi segue la sola e unica via valida: quella dettata dalla nostra, personale coscienza. è questo che Siddharta, con grande e vera umiltà, scopre alla fine del suo viaggio.
In conclusione, Siddharta non è un libro da leggere alla leggera, bisogna avere la giusta concentrazione e lo stato d’animo predisposto ad una lettura che, ne sono certa, scuoterà qualcosa negli animi dei più sensibili, vi inviterà a riflettere di più sul senso della vita e della felicità.
E’ un libro che va letto e riletto, ogni volta vi regalerà qualcosa di nuovo. Fidatevi.







