Siddharta

19 maggio, 2012 Inserito da Girasole

Siddharta è un romanzo ambientato nell’India del VI secolo a.C. e partorito dalla penna del tedesco Herman Hesse nel 1922.

E’ definito un ” poema indiano “, in quanto focalizza l’attenzione sulla cultura orientale ed indiana in particolare.

Per comprendere il significato profondo di questo testo, che spesso risulta ostico o ” lento “, è necessario fare alcune premesse.

Il termine religione deriva da latino religio ed assume il significato di legame. Ci si riferisce ad un legame con il divino e all’impegno di tutto il proprio essere  fino al raggiungimento della realizzazione suprema. Termini di tale natura comunicano libertà dall’illusione, libertà completa e assoluta, e comprensione totale della realtà suprema. Nel buddhismo, la chiamiamo illuminazione.

L’approccio buddhista consiste nel riflettere sul senso della sofferenza, intesa non come grande tragedia o disgrazia ma come scontentezza, perdita di entusiasmo, delusione che tutti gli esseri umani provano nel corso delle loro vite.

Quando Buddha insegnò che la sofferenza è una nobile verità ci invita a riflettere sul significato di essa. La nostra esperienza di vita ha inizio nel momento in cui veniamo al mondo: famiglia, scuola, amici, ambiente condizionano la nostra mente e la infarciscono di convinzioni e pregiudizi. Tuttavia, se scaviamo a fondo nella natura stessa della sofferenza iniziamo ad esaminare stati mentali quali la paura ed il desiderio e scopriamo che la nostra vera natura non è condizionata da nulla. Il mortale è condizionato da tutto ciò che è legato al tempo. La cessazione è la chiave della realizzazione. Se non possiamo riferirci a nulla che trascenda le esperienze di un corpo umano, tutta la vita si riduce a occupare il tempo tra la nascita e la morte. Ma allora, che scopo ha, che cosa significa? Perché ce ne preoccupiamo? Che bisogno abbiamo di uno scopo? Perché mai la vita dovrebbe avere un significato? La sofferenza è l’arma che abbiamo per risvegliarci. Quando soffriamo cominciamo a porci delle domande. Anche noi possiamo vivere un’intera vita nella convinzione che tutto vada per il meglio. Persino l’infelicità e le delusioni che fanno normalmente parte della nostra esperienza non sono necessariamente occasione di risveglio. 

Il quarto messaggero che si presentò al Buddha era un samana. Un samana è un monaco, un cercatore spirituale, un uomo che si è dedicato unicamente alla ricerca della realtà suprema, la verità. Il samanacosì come lo ritrae la leggenda, era un monaco dal capo rasato con indosso una tunica. Nel simbolismo buddhista i quattro messaggeri sono: la vecchiaia, la malattia, la morte e il samana. Significano il risveglio della mente umana a una meta religiosa, a quell’aspirazione del cuore umano alla comprensione della realtà suprema che è libertà da tutta l’illusione e la sofferenza.

Invece di cercare di convertire, la religione può farci risvegliare alla nostra vera natura, alla vera libertà, all’amore e alla compassione. È un modo di vivere in piena sensibilità, completamente ricettivi, così da godere del mistero e delle meraviglie dell’universo per il resto della vita, e aprirci ad esse.

Siddharta è un giovane indiano, il quale ricerca la sua strada in svariati modi. Lasciata la casa paterna, Siddharta inizia il suo viaggio insieme al suo fedele compagno Govinda, il quale lo ha sempre visto come un saggio. Entrambi decidono di andare a vivere con i ” Samana “, nella speranza di raggiungere il cosiddetto ” nirvana ” ossia il momento di ascesi più profonda e immediata. Passano alcuni anni, durante i quali Siddharta e Govinda vivono nella povertà più assoluta ma, insoddisfatti, decidono di lasciare i Samana e di recarsi a vedere il Buddha Gotama. Govinda decide di aggregarsi ma Siddharta non è convinto, per cui, per la prima volta le loro strade si dividono. Rimasto solo, il protagonista del romanzo giunge in una città nella quale incontra la giovane e bella Kamala, la quale, grazie all’abilità di Hesse, non viene mai definita con aggettivi negativi, ma sappiamo svolgere un lavoro moralmente ” poco elevato “. Dopo essersi trovato un lavoro e una casa per poter richedere i servizi della donna, Siddharta chiede a Kamala di insegnarle l’arte di amare.  Il personaggio dell’autore che dapprima sembrava “immacolato” si dimostra soggetto alle debolezze umane, lui che considerava male quei comportamenti e che se ne considerava superiore. 

Siddharta diventa un uomo come tanti, ma dopo aver trascorso molti anni in questo modo, comprende i suoi errori e cerca di porvi rimedio. Saluta Kamala per l’ultima volta, la quale prova dei sentimenti per lui ma è consapevole di non essere amata, e scappa verso il fiume. Atterrito, cerca di togliersi la vita come forma estrema di purificazione ma il caso lo aiuta: incontra il vecchio amico Govinda. Quest’ultimo inizialmente non lo riconosce, ma quando capisce che in quel corpo invecchiato si cela il suo caro amico d’infanzia tutto cambia. Il momento è toccante e i due amici si ritrovano come se il tempo non fosse mai passato.

Govinda riprende il suo cammino mentre Siddharta decide di lavorare come barcaiolo insieme ad un uomo del posto, Vesudeva, il quale cerca di mostrargli l’essenza del fiume, il suo spirito.

Frattanto Kamala partorisce il figlio generato dall’ultimo incontro con Siddharta e cerca di crescerlo con amore. Giunta la notizia della malattia del Gotama, Kamala e il piccolo Siddharta decidono di incamminarsi per rendere al Buddha il loro ultimo saluto. Ma, giunti presso la riva del fiume, dove anni prima il vecchio Siddharta aveva cercato di togliersi la vita, Kamala viene morsa da un serpente velenoso. Sentendo grida di aiuto Siddharta e Vesuveda si precipitano per prestare soccorso, ma ormai è troppo tardi. Siddharta riconosce in quel ragazzino suo figlio e decide di prendersene cura insegnandogli ad ascoltare la voce del fiume e contemporaneamente il mestiere di barcaiolo.

Ma, come in tutte le storie, anche in questo romanzo c’è l’antagonista. Il paradosso deriva dal fatto che questo altri non è che il piccolo Siddharta: egli è capriccioso, protesta, non vuole vivere sul fiume nè imparare alcun mestiere, è l’esatto contrario del padre. Dopo anni di sofferenza il giovane decide di scappare e Siddharta capisce che non può trattenerlo nonostante dentro di lui il dolore sia lacerante.

E qui si chiude il libro, nel rincontro di Siddharta e Govinda, ormai vecchi, vissuti, sapienti. L’amico ancora una volta non riconosce Siddharta, invecchiato, cambiato. Si raccontano le vite, ma soprattutto Govinda chiede all’amico quale sia, dopo tutti questi anni, la sua filosofia e Siddharta attua un monologo a dir poco affascinante.

Bisogna cercare di leggere tra le righe del libro il significato più profondo delle parole del protagonista.

Siddharta è un uomo molto intelligente, il quale, nel corso della sua vita, cerca la strada per raggiungere la purificazione dell’anima. Sacrifica se stesso, priva il suo corpo di nutrimento ma non riesce a perseguire il suo scopo. Nella speranza di centrare l’obiettivo cade in errore e sbaglia. Ma si redime e cerca di porvi rimedio. La lettura di Siddharta esorta a vedere il mondo circostante con uno sguardo più attento e meno rigido, meno implacabile. La verità è interna alle cose come è interna all’uomo e non vale nessuna regola esterna per trovare l’equilibrio nella vita, poiché l’anima di ciascuno di noi segue la sola e unica via valida: quella dettata dalla nostra, personale coscienza. è questo che Siddharta, con grande e vera umiltà, scopre alla fine del suo viaggio. 

In conclusione, Siddharta non è un libro da leggere alla leggera, bisogna avere la giusta concentrazione e lo stato d’animo predisposto ad una lettura che, ne sono certa, scuoterà qualcosa negli animi dei più sensibili, vi inviterà a riflettere di più sul senso della vita e della felicità.

E’ un libro che va letto e riletto, ogni volta vi regalerà qualcosa di nuovo. Fidatevi.

Piccole donne

14 maggio, 2012 Inserito da Girasole

Era Agosto, mi trovavo a Termoli in vacanza ed il tempo era quasi sempre brutto. Pioveva ogni giorno oppure tirava un vento talmente tanto forte da non poter trascorrere in spiaggia nemmeno un’ora. Ero bambina e non sapevo come trascorrere il tempo. All’epoca non c’erano pc, wii, nintendo e diavolerie varie; c’era una sola televisione nella casa al mare ma noi bambini avevamo il permesso di guardare solo i cartoni animati alle 16, il tg delle 13e30 e le partite di pallone che si disputavano in prima serata.

Una mattina, in una delle salutari passeggiate sotto la pioggia che ci venivano proposte, mi imbattei in un mercatino del libro usato e vidi un romanzo che catturò la mia attenzione. Ad oggi lo conservo con una cura quasi maniacale, è importante per me perché sulla prima pagina c’è una dedica della mia mamma e poi perché credo di aver versato fiumi di lacrime nel corso della lettura. E’ un libro amato particolarmente dalle ragazzine, ma è intriso di valori talmente tanto importanti e spesso dimenticati che lo consiglierei anche a persone di una certa età.

Piccole donne è un romanzo partorito dalla penna di Louisa May Alcott nel 1868 e che, per molti aspetti, ricalca la sua vita.

Protagoniste della storia sono quattro ragazze, Margaret, Josephine, Elisabeth ed Amy, le quali si trovano ad affrontare il Natale senza il loro papà, partito con l’esercito durante la Guerra Civile. E’ un periodo molto difficile, il denaro scarseggia e la preoccupazione per il padre al fronte occupa la maggior parte delle loro conversazioni che, nella maggior parte dei casi, si svolge nel salotto davanti al fuoco. Meg e Jo sono le sorelle più grandi. Cadute in miseria decidono di aiutare economicamente i genitori: Meg, graziosa ed educata, lavora come istitutrice presso la casa di una ricca famiglia con due figli abbastanza vivaci, Jo, il maschiaccio della famiglia con una passione viscerale per la scrittura, lavora come dama di compagnia prezzo la bisbetica zia che cerca di impartirle, invano, lezioni di buone maniere. Beth, troppo timida per andare a scuola, aiuta nelle faccende domestiche e coltiva il suo amore per la musica e per il pianoforte mentre Amy, l’artista della famiglia, è l’unica che frequenterà la scuola per un po’.

Quando arriva sera le quattro ragazze si riuniscono intorno al fuoco e, mentre attendono con ansia l’arrivo della loro mamma, si raccontano gli eventi della giornata e sperano che la guerra finisca presto per poter riabbracciare il padre. Ogni volta che giunge una lettera è festa, una lacrima scende furtiva e i propositi di migliorarsi sempre di più aumentano.

Accanto alle quattro ragazze abita Laurie, un giovane ragazzo dell’età di Jo, che, rimasto orfano in tenera età, viene adottato dal nonno paterno, un signore ricco e molto distinto, il quale, inizialmente può apparire come un personaggio molto burbero e scostante ma che, nel corso delle pagine si rivela di una dolcezza infinita.

Il giovane Laurie inizia a frequentare assiduamente le quattro sorelle; insieme a loro organizza gite, giochi all’aria aperta, combina guai e pasticci a cui cerca di porre rimedio in modo piuttosto maldestro, ma, quando gli eventi negativi si abbattono uno dietro l’altro sulla famiglia March, non si tira mai indietro e cerca di essere d’aiuto in tutti i modi possibili. La notizia del ricovero del padre in ospedale prima, la scarlattina che colpisce Beth dopo, mettono a dura prova le sorelle March. Il loro coraggio sembra vacillare, ma la forza della loro unione è talmente tanto forte da costituire un fronte comune e portarle a reagire senza abbattersi troppo. Non sempre c’è un lieto fine e, chi ha letto Piccole Donne e il suo seguito sa cosa accade, ma è forse questo il motivo per cui un romanzo del genere lascia così tanto negli animi del lettore.

Bisogna cercare di staccarsi dal preconcetto che si tratta di un libro preadolescenziale e cercare di carpire la vera essenza del romanzo.

Il primo tema che possiamo approfondire è quello del legame indissolubile che esiste tra un fratello e una sorella. Nel caso del romanzo, le quattro sorelle litigano anche furiosamente tra loro ma “ non lasciano mai che il sole tramonti sulla loro collera ”, cercano di imparare dai loro errori e ne escono sempre più unite che mai. Chi ha la fortuna di non essere figlio unico sa che il rapporto con il proprio fratello e la propria sorella non è mai idilliaco; d’altra parte se così fosse vorrebbe dire che non c’è sincerità o confronto tra le due parti. Tuttavia, nonostante si possa gridare, ci si possa arrabbiare o decidere di allontanarsi l’uno dall’altro, ci sarà sempre quel filo invisibile che ti lega a doppio nodo e ciascun fratello è consapevole del fatto che l’altro ci sarà sempre, in ogni occasione e per qualsiasi motivo. Ovviamente le dinamiche non sono mai così semplici, spesso ci si mette di mezzo l’orgoglio, la testardaggine e si sollevano muri difficilmente valicabili. Tuttavia, la mia filosofia di pensiero mi spinge a credere sempre che, nella maggior parte dei casi, basta un soffio per abbattere quel muro. L’importante è volerlo e crederci.

Un’altra tematica che mi piace evidenziare è la generosità. Nel romanzo, la famiglia March è povera, si nutre di cose semplici ed economiche, fa il pane in casa e risparmia per potersi comprare un vestito per l’inverno e uno per l’estate. Eppure c’è un episodio che adoro: è Natale e la famiglia March scopre che poco distante da casa loro vi è una famigliola che vive in una stanza con i vetri rotti, nella quale i bambini piangono perché non hanno cibo. Ebbene, le sorelle insieme alla mamma decidono di privarsi della loro colazione per portarle alla famiglia che non può permettersi nemmeno di mettere un tozzo di pane in tavola. Mi chiedo: oggi ognuno di noi ha abiti, scarpe, televisione, telefonino, auto, cibo a volontà, eppure davanti al bimbo che ha fame spesso gira lo sguardo dall’altro lato. E bisogna essere sinceri ed ammettere che è così. Quanti di noi non hanno mai sbruffato un poco davanti ad una richiesta di soldi?Quanti di noi non hanno mai detto: “ eh, ma io non ho soldi da regalare? ”. Però poi andiamo a mangiare la pizza, ci compriamo le sigarette, l’ennesima trousse da trucco di cui non avevamo bisogno. Non sono il grillo parlante, io sono una di quelle che spesso reagisce così, però quando ci penso mi sento in colpa e cerco di rimediare come posso. Allora prendiamo questo caso come uno spunto di riflessione per cercare di migliorare il nostro rapporto con chi è meno fortunato di noi, tralasciando discorsi razzisti o qualunquisti. Certe volte si dovrebbe agire di più e ragionare di meno, o no?

E voi, quali altre riflessioni avreste da fare?

Scrivete!

Mille splendidi soli

11 maggio, 2012 Inserito da Girasole

Mille splendidi soli è un romanzo dello scrittore americano, di origine afghana, Khaled Hosseini il quale decide di focalizzare la sua attenzione su una serie di tematiche di difficile esplicazione. Parliamo di un testo nel quale la figura della donna nei paesi islamici, la violenza dei regimi dittatoriali talebani, la profonda complicità che nasce tra due donne in estrema difficoltà si intrecciano tra loro dando vita ad un testo che potrebbe sembrare essere uscito dalla penna di un’accanita femminista. Ma sappiamo che così non è.

Ci troviamo in Afghanistan, paese in cui il ruolo della donna – ancora oggi – è estremamente diverso da quello ricoperto da noi occidentali. In base al Corano uomini e donne sono uguali di fronte a Dio, mentre la Sharia – legge islamica – include differenze tra ruoli di genere, diritti e doveri. Secondo il filone di pensiero più conservatore le differenze tra uomo e donna sono dovute ad un diverso status e responsabilità dei due; il filone di pensiero più liberalista ha invece argomentato a favore di interpretazioni egalitarie, più originali ed aperte.

La condizione della donna nell’Islam, circa i ruoli e le responsabilità delle donne all’interno delle società di cultura prevalente musulmana dipende grandemente da paese a paese. I paesi a maggioranza musulmana concedono alla donna vari gradi di diritti riguardo a matrimonio, divorzio, diritti civili, status legale, abbigliamento ed istruzione, in base a diverse interpretazioni della dottrina islamica e dei principi di laicità. Tali paesi presentano alcune donne in alte posizioni politiche, ed hanno eletto diversi capi di stato donna.

In altri paesi, come l’Iran e l’Afghanistan si da un’altra interpretazione alle parole del Corano. Stabilisce infatti il Corano: < Gli uomini sono preposti alle donne perché Dio a prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle.>

Questo significa che la donna, finché rimane in famiglia, è sottoposta all’autorità del padre e dopo, quando si sposa, passa sotto l’autorità del marito. Paradossalmente esclusa da questa tutela è la nubile non più giovane che può in tutto e per tutto gestirsi senza dipendere dall’altrui beneplacito. Così, in virtù di questo precetto, le donne sono private persino dei fondamentali diritti umani e civili: non godono della libertà di spostamento, né di quella di espressione e di parola; non possono procedere negli studi né fare carriera. Non possono decidere il proprio destino né quello dei propri figli e sono totalmente sottomesse all’uomo; sono obbligate a coprire il proprio corpo e spesso anche il viso. La poligamia è lecita e prevista dal Corano per gli uomini. Secondo il Corano l’uomo può ripudiare la moglie e non vi è nessuna possibilità che la moglie possa farlo nei confronti del marito. Esso prescrive che le credenti abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne, non mostrino troppo le loro parti belle e non battano i piedi sì da mostrare le loro parti nascoste.

Tuttavia è necessario sottolineare che indossare il velo per le donne dell’Islam è espressione di fede, delle dimensioni spirituali dell’essere, è segno di sensibilità e di pratica islamica.

Con l’ascesa del regime talebano, sviluppatosi come movimento politico per la difesa e la tutela dell’Afghanistan dall’invasione sovietica, la situazione è ulteriormente precipitata. I talebani sono noti per essersi fatti portatori dell’ideale politico – religioso che vorrebbe recuperare tutto il portato culturale, sociale, politico ed economico dell’Islam per costituire un Emirato. Ostili ad adattare la loro patria alle società più moderne del pianeta, essi respinsero ogni tentativo di interpretazione che non fosse inquadrato nella più conservatrice tradizione spirituale e culturale del pensiero islamico, adottando un atteggiamento repressivo nei confronti degli oppositori.

Ma “Mille splendidi soli” non è solo una finestra sulla realtà islamica ma soprattutto una storia che vede come protagoniste due donne diversissime tra loro ma che – complice il destino – uniranno le loro forze, attraverso una solidarietà che solo le donne riescono a creare, per scappare dal clima di terrore che le attanaglia.

Ma andiamo con ordine. E’ il 1974. Mariam è una ragazzina di 15 anni, figlia illegittima del padre e della sua serva e coltiva il desiderio di recarsi ad Herat per studiare e conoscere un nuovo mondo. Attende con ansia il giovedì, per poter riabbracciare suo padre, ricco uomo d’affari, che le parla di sogni, desideri e speranze. Il giorno in cui il padre le promette di portarla al cinema ma non si presenta all’appuntamento la ragazzina decide di raggiungere Herat per andare da lui e convincerlo a prendere se stessa e la madre con se ma viene rifiutata. Il viaggio non ha l’esito atteso, e anzi, è l’inizio di una serie di tragedie che cambieranno la vita di Mariam per sempre. Il padre decide di darla in sposa ad un uomo molto più anziano di lei, Rashid, il quale è desideroso di concepire un figlio maschio.

Laila è una bambina di nove anni, nata a Kabul, che vede morire i suoi fratelli nella guerra contro i comunisti. A quattordici anni si innamora del suo vicino di casa con il quale intreccia una relazione ma che è costretta ad interrompere quando lui viene arruolato per combattere la guerra civile. In seguito ai bombardamenti la casa di Laila viene distrutta e con essa tutta la sua famiglia, mentre Laila si salva grazie all’intervento provvidenziale di Marian.

Dopo le cure, Rashid decide di sposare anche Laila per avere quel figlio maschio che tanto desidera. Laila scopre di essere incinta del suo precedente amore, che crede sia morto, ma non svela niente a Rashid. Quando da alla luce una bimba Rashid reagisce in modo violento ed è a questo punto della storia che le due donne uniscono le loro forze e decidono di scappare per non dover più sottostare al potere del marito. Tuttavia la fuga non riesce e Rashid raggiunge quasi il suo intento di uccidere Laila e la bambina.

La trama si complica sempre di più con l’andare delle pagine, ci sono colpi di scena, violenze che si ripetono, speranze che si cercano dentro di sé e un coraggio che si evidenzia sempre con maggiore intensità fino alle ultime battute del libro. 

Le due protagoniste del libro riescono, grazie ad una narrazione forte ed intensa, a colpire dritto al cuore di chi legge con la loro forza, il desiderio di lottare per un futuro migliore, il coraggio, l’amicizia, la solidarietà che possono tenere unite, legata fino all’estremo due donne che si ritrovano a dover condividere lo stesso marito prima e le stesse violenze dopo.

E’ un libro che fa emozionare, commuovere e al tempo stesso proiettare in una realtà estremamente diversa dalla nostra e non solo dal punto di vista geografico. Spesso mi sono chiesta come potrebbe reagire una donna occidentale in una situazione del genere; le donne di oggi sono indipendenti economicamente, si vestono secondo la moda del momento, ricoprono ruoli professionali importanti, seppur ancora con qualche difficoltà dovuta ad una sorta di maschilismo ancora presente, guidano, hanno una famiglia, educano i loro figli secondo i propri principi morali, ma c’è qualcosa che va aldilà di tutti questi concetti che porta ad una radicale distinzione tra la donna occidentale e quella islamica. Forse, si sono persi alcuni valori fondamentali quali il rispetto reciproco, il senso dell’amicizia sincera, il piacere di aiutare chi non ha la fortuna di star bene come noi. Siamo inghiottiti in una spirale che non ci da il tempo di fermarci un momento e pensare alla fortuna che abbiamo di vivere in un paese culturalmente evoluto e di avere la possibilità di esprimerci e di risvegliare quei sentimenti sopiti dentro di noi.  

Il signore delle mosche

4 maggio, 2012 Inserito da Girasole

Lord of the Flies è un romanzo scritto da William Holding nel 1952, pubblicato due anni dopo e dal successo planetario.

Un gruppo di ragazzini inglesi di circa 12 anni naufraga in una sperduta isola del Pacifico in seguito ad un incidente aereo occorso per salvarsi da un’imminente catastrofe planetaria. Nonostante la paura iniziale, i ragazzi cercano di carpire lo spirito di avventura della situazione ed iniziano ad organizzarsi come meglio possono al fine di sopravvivere nell’attesa che qualcuno venga a salvarli.

Protagonisti del romanzo sono Ralph, Piggy, ragazzo grasso e con gli occhiali, e Jack, capo di un gruppo corale scolastico.

Ralph e Piggy trovano sull’isola una conchiglia con la quale riescono a riprodurre un forte suono che attira gli altri giovani: con questo strumento Ralph conquista l’autorità di capo. L’oggetto diventa il simbolo di attaccamento alla civilizzazione, in quanto, ogni qualvolta che si soffia nella conchiglia, vengono a costituirsi delle vere e proprie assemblee, all’interno delle quali si discute del fuoco, dei ripari, della caccia e di tutto ciò che può portare alla sopravvivenza del gruppo.

Ma ben presto i bambini iniziano ad abituarsi alla nuova realtà e trascorrono il loro tempo giocando, dimenticando di accendere il fuoco, unica vera fonte di salvezza. Contemporaneamente, i più piccoli cominciano timidamente a parlare di creature mostruose che popolano l’isola. Jack e i cacciatori non riconoscono più Ralph come rappresentante del gruppo e decidono di staccarsi da lui e dalle sue regole, formando un clan indipendente. Desiderosi di procurarsi del cibo da soli, Jack e gli altri bambini iniziano a costruire delle vere e proprie armi e ad affinare sempre di più i loro metodi di caccia. La situazione degenera quando il vento porta nell’isola il cadavere di un paracadutista il cui paracadute, ancora allacciato, si solleva improvvisamente ad ogni folata.

Oramai Ralph è rimasto solo con Piggy, suo fedele compagno. Tutti gli altri bambini si sono spostati nella zona comandata da Jack, in cui il fuoco è usato per cuocere i maialini e non come strumento per essere avvistati, e in cui si balla e si fa festa ogni sera.

L’istinto animalesco alimentato dalla continua caccia emerge sempre di più. Scompare un bambino a seguito di un incendio che devasta mezza isola. In seguito, Simone, uno dei pochi a nutrire simpatia per Ralph, durante un’esplorazione trova una testa di maiale impalata, ronzante di mosche e con un ghigno malefico: è lui il Signore delle Mosche, il Male che non può essere fermato in alcun modo. Tornato di corsa in spiaggia dal gruppo di Jack, non viene riconosciuto e viene ammazzato furiosamente come se fosse una bestia. Riconosciuto il cadavere la situazione degenera: Jack decide di dar vita ad una vera e propria tribù il cui scopo è quello di catturare ed uccidere Ralph il quale fugge.

Jack oramai sembra indemoniato e, non riuscendo a stanare Ralph decide di dar fuoco all’isola in modo da farlo uscire dal suo nascondiglio. Ralph si dirige così verso la spiaggia, attendendo la morte, ma qui trova un ufficiale della marina, che con il suo equipaggio si offre di salvare i naufraghi.

Golding ha una visione pessimistica dell’indole umana, e per lui l’uomo (anche il bambino) è intrinsecamente malvagio: tanto che i ragazzi trasformeranno il paradiso tropicale in un inferno di incredibile desolazione poiché essi regrediranno progressivamente verso uno stato di primitiva barbarie senza più freni inibitori.

Il messaggio che Golding pare suggerire è che nell’eterna lotta tra il bene e il male, l’animo umano tende sempre verso quest’ultimo, e se liberato dai vincoli della società, l’istinto umano è quello di una bestia, capace di trasformare un paradiso in un inferno: non a caso i protagonisti del suo romanzo sono bambini, gli innocenti per eccellenza, secondo una visione stereotipata e buonista.

Il manifesto di Golding, difatti,  si può riassumere nella seguente frase: ”L’uomo produce il male come le api producono il miele”.

Ultima cosa: consiglio la lettura in lingua originale in quanto rende molto di più rispetto alla trafuzione che, a mio giudizio, è alquanto sterile.

Dracula

13 aprile, 2012 Inserito da Girasole

Dracula è un romanzo scritto dall’irlandese Bram Stoker nel 1897. Egli dedica gran parte della sua vita a studiare e ricercare leggende relative ad un personaggio realmente esistito: Vlad III Principe di Valacchia. Recentemente, il ritrovamento di alcuni articoli di giornale tra i documenti di Stoker ha fatto presumere che il romanzo fosse ispirato da un fatto accaduto nel New England. Nel 1982, qualche anno prima della pubblicazione del libro, una giovane ragazza morì a causa di una malattia molto particolare che aveva già colpito precedentemente la madre e la sorella. I sintomi oggi sappiamo appartenere alla tubercolosi ma allora si parlò di vampirismo. Quando anche il fratello venne colpito dalla stessa malattia si pensò che uno dei familiari precedentemente morto si fosse trasformato in vampiro.

I capitoli del libro sono suddivisi in lettere e stralci di diario ed attraverso questo stratagemma la storia sembra essere vissuta nel momento in cui la si legge, conferendo non poco pathos alla trama.

Il romanzo si apre con il diario di Johnathan Harker, un giovane avvocato inglese che ha il compito di recarsi in Transilvania per prendere accordi con un tale Conte Dracula, il quale è intenzionato ad acquistare delle proprietà a Londra per potersi trasferire. Dopo il suo arrivo al castello, il giovane scopre di essere diventato prigioniero del Conte e, tramite alcuni indizi, comprende che questi non è un vecchietto aristocratico ma un temibile vampiro. Johnathan tenta di scappare in tutti i modi dal castello ma senza riuscirci. Intanto Dracula decide di partire per Londra poichè la Transilvania non offre più molte vittime da mietere.

A Londra vive la futura moglie di Johnathan, Mina, la quale possiede un diario nel quale appunta tutto ciò che le succede e in cui parla della sua amica Lucy e della strana malattia che improvvisamente la colpisce.  Solo grazie alla diagnosi di un luminare olandese si scopre che  Lucy non è anemica ma c’è qualcuno che le succhia il sangue. Lo scienziato individua i morsi del vampiro e cerca di curare la ragazza con delle trasfusioni di sangue ma senza ottenere il successo sperato. Infatti, poco dopo, Lucy muore, ma lo scienziato sa che è entrata nello stato di non – morte, per cui, per farla riposare in pace le tagliano la testa e le conficcano un paletto di legno nel cuore.

Nel frattempo Mina scopre che Johnathan, riuscito a fuggire dal castello del Conte, si trova ricoverato a Budapest. Decide così di raggiungerlo e sposarlo, per poi ritornare in Inghilterra. Scoperti i macabri fatti accaduti a Lucy e alla madre, Johnatan, Mina, il luminare olandese e il suo insegnante cercano di capire dove sia la bara del Conte. I protagonisti entrano nella proprietà di Dracula a Carfax e benedicono le casse che il Conte aveva portato con se per riposare. Tuttavia, nella stessa notte, Dracula riesce a vampirizzare Mina e, per precauzione, decide di ritornare al castello in Transilvania.

Il gruppo decide di seguire il Conte per salvare l’anima di Mina. Lo scontro finale si svolge sulla sommità delle montagne in cui sorge il castello…chi vincerà?

Quando ho letto per la prima volta questo libro sono rimasta senza parole. Solitamente le storie di esorcismi, vampiri e di tematiche simili a queste mi inquietano non poco, facendomi perdere il sonno per alcuni giorni. Ho iniziato la lettura ripromettendomi che, alla prima notte insonne, avrei interrotto il romanzo. Nella realtà dei fatti, la trama è così avvincente e ben scritta che, nonostante il batticuore continuo, non si può fare a meno di sapere come va a finire.

Tengo a precisare che, benché si tratti di una storia di vampiri, non ha nulla a che vedere con i recenti film da che trattano lo stesso argomento. Ho visto i primi due film della saga di Twilight e ci troviamo su due piani totalmente diversi, direi imparagonabili, sia per via della grande differenza temporale, sia per i contenuti ed il messaggio che gli autori vogliono mandare.

La lotta tra il bene e il male, l’avventura, le credenze popolari, il sostegno degli amici, sono tematiche che costituiscono l’impalcatura del romanzo di Stoker.

Non mi resta che augurare a chi passa da quì una buona lettura!

Va’ dove ti porta il cuore

14 marzo, 2012 Inserito da Girasole

“La gioia, sai, è proprio questa la cosa che ho più rimpianto. In seguito, certo, sono stata anche felice, ma la felicità sta alla gioia come una lampada elettrica sta al sole. La felicità ha sempre un oggetto, si è felici di qualcosa, è un sentimento la cui esistenza dipende dall’esterno. La gioia invece non ha oggetto. Ti possiede senza alcuna ragione apparente, nel suo essere somiglia al sole, brucia grazie alla combustione del suo stesso cuore.”

Con questa frase mi sono innamorata di “Va’ dove ti porta il cuore”, romanzo pubblicato nel 1994 da Susanna Tamaro, tradotto in 34 paesi e che ha venduto oltre 14 milioni di copie in tutto il mondo.

Protagonista del romanzo ed io narrante è Olga, un’anziana signora di quasi ottant’anni, che, spinta dal timore di morire, decide di scrivere una lettera alla nipote che si trova in America e con la quale ha un rapporto molto conflittuale. La lettera ben presto si trasforma in un diario che Olga scrive quasi ogni giorno ed è in esso che mette a nudo i suoi sentimenti e i suoi errori più grandi nella speranza di recuperare il rapporto distrutto dagli eventi della vita.

Attraverso la voce dei ricordi Olga inizia a narrare di se. Nata a Trieste da una famiglia molto arida trascorre la sua giovinezza in solitudine. Unici amici sono i libri di scuola e la fantasia che la spinge a sognare un amore dolce e romantico. Costretta ad interrompere gli studi dopo la maturità classica, attraverso un incontro combinato dal padre conosce Augusto, uomo molto più grande di lei rimasto vedovo, il quale, dopo pochi mesi di conoscenza decide di prenderla in moglie. Ma il matrimonio non sarà felice. Olga verrà costantemente messa da parte dal marito e continuerà ad avvertire intorno a se quel clima arido che l’aveva accompagnata nell’infanzia e nell’adolescenza. La depressione ed il senso di vuoto interiore diventano sempre più forti, acuiti dal desiderio irrealizzato di avere un bambino, così Olga decide di trascorrere due settimane alle terme. Quì conosce un giovane medico di cui si innamora e con il quale intreccia una relazione clandestina. Da questo nuovo e forte sentimento, tanto sospirato durante la sua fanciullezza e nel suo matrimonio infelice, nasce una bambina, Ilaria. Trascorse le due settimane, Olga torna a vivere con il marito e gli fa credere che la figlia sia sua. Contemporaneamente tiene in piedi la sua relazione con il medico, attraverso un lungo scambio di epistole e qualche incontro fugace, fin quando, una notte, il suo amante ha un incidente stradale e perde la vita.

Olga è sconvolta, il cuore le si stringe diventando arido e duro, cade in una profonda depressione ed inizia a trascurare la figlia, dimenticando l’amore e la gioia che nutriva per lei fino ad un istante prima. Da quì ha inizio il rapporto ostile e rancoroso tra madre e figlia.

Con il trascorrere del tempo Olga intraprende un percorso spirituale che la porta a superare il dolore per la perdita del suo grande amore ma deve scontrarsi con l’ostilità crescente della figlia, la quale, decide di studiare in una città distante da quella della madre. Nello stesso periodo di tempo muore Augusto, il quale, prima di spirare confessa ad Olga di sapere che la figlia non è nata dal frutto del loro amore.

Rimasta sola, Olga cerca in tutti i modi di ricucire il rapporto con Ilaria, ma questa, psicologicamente instabile, si affida alle cure di un finto psichiatra. Inizia a far uso di droghe e psicofarmaci, rimane incinta ma, nonostante ciò, continua a svolgere una vita sregolata, sommergendosi di debiti. In preda al panico, Ilaria bussa alla porta della mamma per chiedere aiuto economico, ma Olga, oltre a negarle il suo aiuto, le racconta del suo vero padre e di come è stata concepita. Ilaria è sconvolta, fugge dalla madre e rimane vittima di un incidente stradale nel quale perderà la vita.

La figlia di Ilaria viene quindi affidata ad Olga, la quale cerca di prendersi cura di lei nel modo più affettuoso possibile. Tra le due nasce un legame particolare e forte, il quale tuttavia inizia a vacillare durante il periodo dell’adolescenza, nel quale la nipote diventa sempre più insofferente giungendo spesso a provocazioni volgari ed arroganti. Superata la maturità, decide di partire per l’America e chiede alla nonna di interrompere qualsiasi forma di rapporto, epistolare e telefonico, al fine di ritrovare se stessa.

Olga decide così di scrivere questo diario attraverso il quale spera di toccare le corde più interne del cuore della sua amata nipotina. 

“Abbi cura di te. Ogni volta in cui crescendo, avrai voglia di cambiare le cose sbagliate in cose giuste, ricordati che la prima rivoluzione da fare è quella dentro se stessi…Ogni volta che ti sentirai smarrita, confusa, pensa agli alberi e al loro modo di crescere. Ricorda che un albero con molta chioma e poche radici viete sradicato al primo colpo di vento, mentre in un albero con molte radici e poca chioma la linfa scorre a stento…E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta…stai ferma, in silenzio e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui di porta.”

Amore, dolore, rabbia…è il mix di sentimenti che scaturiscono leggendo questo libro. Da una lettura superficiale si può giudicare facilmente Olga, ritenendola responsabile della morte della figlia e dell’irrequietezza della nipote. Nella realtà dei fatti non è così. Olga è nata in una famiglia in cui ogni sentimento doveva essere represso sul nascere. Non poteva cantare, non poteva saltellare, doveva comportarsi come un freddo robot. Ed è così che ha iniziato a costruirsi una corazza nella quale imprigionare tutti i suoi veri sentimenti per diventare la figlia che i suoi genitori avrebbero voluto che fosse. Il matrimonio non è nato dall’amore incondizionato tra due persone, ma, secondo il costume dell’epoca, nasceva tra un accordo tra le famiglie. Olga ha continuato a reprimere le sue emozioni, a ispessire sempre di più la sua corazza e a perdere la sua vera identità. Quando poi ha incontrato il vero amore non ha potuto abbandonare il tetto coniugale, perchè all’epoca non era così facile come oggi, in cui la maggior parte delle coppie si prende e si lascia, si sposa e divorzia con la facilità con la quale si cambia fazzoletto per soffiarsi il naso. E’ ritornata da suo marito e gli ha fatto credere che la figlia fosse sua, ma non per una forma di egoismo, ma perchè la bambina potesse vivere una vita diversa dalla sua. Se ci si pensa, sarebbe stato più semplice abbandonare il tetto coniugale, vivere il suo rapporto d’amore con l’uomo che amava e crescere la bambina serenamente. Ma poi sarebbero nate chiacchiere su chiacchiere, la bambina sarebbe stata chiamata con gli epiteti meno carini solo perchè nata al di fuori del matrimonio e Olga ha preferito prendere la strada più dura ma più giusta per lei. Sembra facile dare un giudizio, ma dobbiamo tornare indietro di quasi 100 anni e cercare di comprendere la mentalità di allora.

Olga ha perso una figlia, ha cercato di prendersi cura della nipote con l’amore che solo una nonna può avere. Chi ha avuto la fortuna di potersi godere i nonni può ben capire di quale tipo di amore incondizionato sto parlando.

I nonni sono quanto di più meraviglioso possa esistere. Ci spronano nei momenti di difficoltà, ci aiutano, cercano con la loro esperienza di farci vedere il lato giusto e sbagliato delle cose senza caricarci di ansia. Ci coccolano, ci sono sempre davanti alla nostra richiesta di aiuto.

A voi la penna!

Moby Dick

4 marzo, 2012 Inserito da Girasole

Moby Dick è uno dei romanzi più noti al mondo e, senza dubbio, uno dei massimi vertici della letteratura americana dell’800. Fu pubblicato da Herman Melville nel 1851 ed accolto, inizialmente, con indifferenza e sarcasmo dalla critica, salvo essere poi rivalutato alcune decine di anni dopo.

Protagonista della storia è un giovane che chiede di essere chiamato Ismaele, che altri non è se non l’alter – ego dello stesso Melville, attraverso il quale ci si appresta a girare gli oceani del mondo e a riflettere sulla rappresentazione simbolica della vita e dell’eterna lotta contro il male.


Ismaele è un giovane colto ma povero, il quale decide di imbarcarsi su una baleniera per girare il mondo, stanco del suo lavoro di maestro elementare. Prima di salpare incontra Queequeg, un selvaggio ramponiere che diventerà suo amico e con il quale decide di imbarcarsi sul Pequod. Appena ottenuto l’ingaggio, sentono parlare del misterioso capitano Achab, vecchio lupo di mare che ha perso una gamba in un conflitto con Moby Dick, la balena bianca protagonista di innumerevoli storie udite dai marinai.

Ismaele e Queequeg capiscono presto che, sebbene il compito del mercantile sia quello di cacciare capodogli e balene, la loro spedizione ha un unico fine: uccidere la balena bianca vendicandosi per la mutilazione del loro capitano.

Il Pequod salpa ed inizia la sua navigazione nei mari dell’Oceano Atlantico, con la prua rivolta sempre verso sud. Spinti dal grande carisma del loro capitano, i marinai cercano di dare il massimo uccidendo altre balene e rischiando di naufragare più di una volta.

La nave prosegue il suo viaggio nei mari dell’Oceano Indiano, sino ad approdare nella zona del Pacifico in cui, qualche anno prima, il mostro aveva inferto quella terribile mutilazione al coraggioso capitano.

La ricerca durerà tre giorni. Quando finalmente avvista la balena, il capitano Achab è teso e nervoso, la sete di vendetta è più forte di qualsiasi altra cosa e la sua unica paura è che Moby Dick possa sfuggirgli.

Le ultime pagine del libro catturano il lettore talmente tanto da dargli la sensazione di essere sul Pequod: è una lotta all’ultimo sangue tra il capitano e la balena, e l’epilogo pare non giungere mai, lasciando tutti con il fiato sospeso. Nonostante venga ferita, la balena affonda il Pequod con tutto il suo equipaggio. L’unico a salvarsi sarà proprio Ismaele, il quale verrà salvato da una nave che sopraggiunge in quelle acque, mentre il capitano Achab, avvinto dalle corde degli arpioni che hanno ferito la balena, viene trascinato negli abissi da Moby Dick.

Gli spunti di riflessione che ci fornisce l’autore sono innumerevoli. Possiamo innanzi tutto osservare come la guerra tra capitano e balena possa essere letta, in senso più ampio, come una lotta contro il destino. La vita, nel suo percorso, contiene una serie infinita di imprevisti, incidenti, ostacoli che non possono essere previsti a priori e che portano la nostra esistenza al di fuori di quei tranquilli binari che ci siamo costruiti. La balena bianca rappresenta la tentazione del demonio, il nostro continuo conflitto interiore contro il male, contro quelle tentazioni che la vita, o per chi è credente il diavolo, ci pone davanti quotidianamente. Alcune volte siamo forti e riusciamo ad allontanare quelle voci, altre volte il nostro comportamento può essere ricondotto a quello di Achab, il quale è mosso solamente dall’odio viscerale e profondo che prova nei confronti della balena, odio che lo consuma come un fuoco di una intensità tale che nemmeno la ragione può frenarlo.

Anche nello scontro finale, quando oramai Moby Dick ha distrutto la nave, Achab lotta contro la sua nemesi senza arrendersi e con un ultimo e letale lancio colpisce la balena che, provata da tre giorni di combattimenti, sta per ritirarsi. Tuttavia, la corda che lega il rampone, volando in aria, afferra Achab al collo strangolandolo e trascinandolo giù negli abissi, segno che nella morte, nessun uomo può sfuggire al proprio destino.

Nel romanzo compare un altro personaggio: il primo ufficiale Starbuck, uomo descritto come lungo e severo, fermo e coscienzioso e considerato dall’equipaggio come la persona più cauta che si possa trovare sulla baleniera. In lui il coraggio non è un sentimento, ma una cosa utile e sempre disponibile nelle occasioni della vita. Egli cerca di dissuadere Achab dalla sua impresa, ma invano. Allo stesso modo, nella nostra vita, troveremo personaggi come lui che cercheranno di gettare una luce sul nostro percorso al fine di non farci inciampare.

Ma possiamo dare al romanzo un’altra chiave di lettura: la fiducia orgogliosa nelle capacità dell’uomo di dominare gli abissi e le profondità marine si identifica nel Pequod; l’inabissamento di esso esprime invece una visione pessimistica della realtà e nello stesso tempo un ammonimento all’uomo di riconoscere i propri limiti.

E voi, cosa pensate rappresenti Moby Dick?

Oliver Twist

7 febbraio, 2012 Inserito da Girasole

Stamattina, navigando su internet, mi sono imbattuta nella visione di un bellissimo doodle realizzato per ricordare il 200° anniversario della nascita del mio scrittore preferito.

Oliver Twist è un romanzo di Charles Dickens pubblicato, per la prima volta, a puntate mensili tra il 1837 e il 1839.

Il romanzo è ambientato in Inghilterra, nell’epoca vittoriana, ed è uno dei primi testi di denuncia sociale. Attraverso il suo tono sarcastico, Dickens, alla sola età di venticinque anni, ha affrontato temi come lo sfruttamento minorile, il reclutamento di bambini per il crimine, le condizioni di degrado della città. Con il suo humor, egli ha voluto portare all’attenzione dell’opinione pubblica una serie di mali dell’epoca celati dietro l’ipocrisia del regno della Regina Vittoria, creando nel contempo un universo di personaggi indimenticabili, ritratti con affettuoso umorismo e gusto per la caricatura. 

E’ questo, infatti, il periodo in cui si ha un esponenziale incremento di sfruttamento minorile; i bambini dei poveri devono aiutare nel sostegno del bilancio familiare, spesso lavorando molte ore, svolgendo attività pericolose e con paghe molto basse. I bambini più agili vengono usati come spazzacamini, quelli più piccoli vengono impiegati per raccogliere i rocchetti di cotone scivolati sotto i macchinari, altri ancora lavorano nelle miniere di carbone e strisciano nei tunnel troppo stretti e bassi per gli adulti. Le ore di lavoro arrivano anche ad 64 a settimana e, molto spesso, ci si può imbattere in bimbi lavoratori di 3 – 5 anni.

Oliver è un orfano che trascorre i primi nove anni della sua vita chiuso in un orfanotrofio gestito da persone avide e prive di buoni sentimenti. Tutti i soldi che finanzia la chiesa finiscono nelle mani dei gestori ed i piccoli sopravvivono a stento. Il piccolo Oliver è solo, succube dei ragazzi più grandi e non può essere aiutato da nessuno perchè ciascuno ha come interesse la propria sopravvivenza. All’età di nove anni viene assunto in una fabbrica di bare. Oliver spera che la situazione sia migliore rispetto a quella dell’orfanotrofio, ma anzichè trovare affetto ed accoglienza subisce nuovamente percosse e privazioni.

Le pessime condizioni ed il rigidissimo sistema educativo spingono Oliver a scappare a Londra in cerca di libertà. Inizia il suo lungo percorso a piedi, ogni giorno diventa sempre più pesante ed il piccolo giunge nei sobborghi della città stanco ed affamato. Allo stremo delle forze, Oliver conosce un suo coetaneo, soprannominato Doger, che lo aiuta e lo porta con se. Il ragazzo, insieme ad altri fanciulli, fa capo ad un vecchio ebreo di nome Fagin, ricettatore di merce rubata. Presto ad Oliver viene insegnato il mestiere di ladro; il suo compito è quello di ripulire le tasche dei benestanti e dei passanti distratti di ogni bene prezioso. Oliver è buono e ingenuo e, nonostante tutte le sofferenze, è incapace di provare risentimento o odio. Rappresenta la lotta dell’Innocenza contro il Male. Nella sua ottica di bimbo il mondo degli adulti è incomprensibile. Dopo un colpo ai danni di un anziano gentiluomo, il piccolo Oliver, pur non avendo partecipato al colpo, viene arrestato, ma l’uomo, mosso da un sentimento di pietà, decide di discolparlo e di ospitarlo nella sua casa. Ha così inizio un periodo felice per il giovane ragazzo ma di breve durata.  Oliver viene rapito dai ragazzi di Fagin, i quali vogliono servirsi di lui per ottenere un lauto riscatto. Minacciato, il giovane è costretto a rapinare una villa in campagna. Il colpo però non riesce ed Oliver viene ferito con un’arma da fuoco dai padroni della villa. In apparente fin di vita, è accudito e ospitato in quella casa. Grazie alle cure amorevoli il ragazzo guarisce e si rimette in forze, ritrova fiducia nella vita e nel prossimo.

Dopo nuove vicissitudini, la banda che ha angustiato Oliver per tutta la sua breve vita viene arrestata. La storia prosegue intrecciandosi con numerosi avvenimenti abilmente descritti dall’autore. Altri personaggi, alcuni di essi finalmente buoni e generosi, entrano nella vita di Oliver rendendo la sua storia ancora più avvincente.

 

Potrò risultare banale ma, la trama di questo romanzo, può essere ricondotta a tante civiltà dei giorni nostri. Lo sfruttamento minorile è ancora una piaga da risanare, anzi, con la crisi economica che stiamo attraversando, pare essere diventata una soluzione a tale problema. Si produce nelle nazioni dove la manodopera costa di meno, dove gli stipendi sono da fame, dove anche i bambini devono lavorare per sopravvivere.  I cucitori di palloni in Pakistan, gli intrecciatori di tappeti indiani, i raccoglitori di canna da zucchero in Brasile…non dimenticando i cinque milioni e mezzo di adolescenti che vengono impiegati negli Stati Uniti d’America.
Questo problema, accomuna tristemente Paesi evoluti e Paesi poveri; le sfaccettature che lo caratterizzano sono diverse, ma esiste un unico crudele presupposto: lo sfruttamento, l’indigenza, la povertà, l’infanzia negata.

Per non parlare del tema dei bimbi soldato. Quante volte abbiamo visto in tv bambini piccoli imbracciare un mitra e sparare? L’utilizzo di bambini ed adolescenti in guerra non è un fenomeno recente, nella storia dell’umanità i minori sono stati sempre impiegati o come suonatori di tamburo nei campi di battaglia o come marinai sulle navi da guerra; l’aspetto che contraddistingue l’epoca moderna è l’aumento dei minori combattenti attivi. Quanto diversi sono dunque i mondi dei due bambini, non vi è distinzione di nazione. Su tutto l’intero pianeta infatti, lo sfruttamento dei minori nei conflitti armati è un male comune, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

Ma non è questo l’unico spunto di riflessione; la maggior parte di noi è fortunata ad avere un tetto sopra la testa, a riscaldarsi quando ha freddo, a mangiare ciò che più gradisce, ma soprattutto ad essere circondata dall’affetto di famiglia e amici. Quanti Oliver ci sono nel mondo?Quanti bambini nascono e crescono in mezzo ad una strada senza conoscere il calore di un abbraccio o il sapore di un piatto di pasta? Credo sia legittimo e sacrosanto fermarsi a riflettere e non dare mai nulla per scontato e, per quanto possibile, cercare di aiutare chi ha meno di noi. 

E voi, cosa ne pensate?

Mi presento

6 febbraio, 2012 Inserito da Girasole

Mi definiscono una sognatrice, una persona capace di estraniarsi dal mondo in cui vive per catapultarsi in uno parallelo in cui assumo le sembianze di una piccola piuma cullata dal vento.

Ho vagato per mari e per monti, ho pianto, ho riso, ho avuto paura, ho visitato i castelli della Transilvania, ho visto guerre civili e mondiali, ho danzato in grandi sale ottocentesche. Una immagine sulla copertina, il profumo inebriante della prima pagina, la ruvidità di un foglio hanno la capacità di trasportarmi in un universo parallelo in cui il rumore del treno, il vociare dei passeggeri, una canzone in lontananza divengono suoni ovattati che tendono a scomparire del tutto. Il ritorno alla realtà è spesso brusco, gli eventi quotidiani ci risucchiano in un vortice senza fine, ma io sono fortunata perché so che, non appena sarà possibile, potrò ritornare a vagare leggera in un posto in cui posso essere chi voglio.

Questo blog ha come finalità la trasmissione dell’amore che nutro per i libri e per la scrittura. Non sono una scrittrice – nella vita faccio ben altro – ma è una passione che coltivo fin da piccola e che desidero condividere con chi si ritroverà a leggere queste parole.

Buon viaggio!